Pechino è un brutto e affascinante maestro di vita

Pechino è un brutto e affascinante maestro di vita.

Innanzitutto perché è brutto.

DSC01427Perché ti sbatte in faccia il modo in cui per denaro stiamo spappolando l’ambiente che ci circonda, perché l’inquinamento ti fa venire il mal di testa, gli occhi gonfi, la faccia sporca di nero a metà pomeriggio (il consumo pro capite di carbone in Cina è di 1 tonnellata all’anno); perché la gente non è generalmente ospitale, anzi se ci lavori ti comunica continuamente quella spiacevole sensazione che prima o poi troverà il modo di mettertelo in quel posto; perché distrugge la sua storia in cambio di palazzi anonimi; perché fa convivere povertà e ricchezza smisurate con un livello di ipocrisia non immaginabile; perché è una città brutta, una brutta copia delle megalopoli occidentali.

Smog a Pechino
Smog a Pechino

 

Perché affascinante.

Perché comunica ottimismo, voglia di fare, ambizione, novità, il fatto di sentirsi protagonisti del mondo Cnv0090presente e futuro. E grazie a lei ti viene di scoprire il perché. Innanzitutto perché i valori a cui vengono educati i ragazzi cinesi sono disciplina e obbedienza, il lavoro non è considerato un diritto ma una benedizione. Ha un governo che con tutte le sue risapute contraddizioni decide e fa, pianifica e fa, e a suo modo fa stare meglio tutti gli anni il suo popolo, anche il più povero sa che l’anno successivo starà un po’ meglio. E questo fa mantenere saldo il sistema. Il governo sfrutta a meraviglia i requisiti con cui nel ‘900 gli Stati Uniti superarono l’ Inghilterra: dimensioni e peso demografico (23 volte la nostra), ottimo livello di istruzione, grande mercato interno, moneta sottovalutata, grande accesso ai capitali, grande assorbimento di tecnologie. Se considerate il fatto che possiede solo il 7% della superficie arabile del mondo, il 3% delle foreste e il 2% del petrolio si capisce la forza e la determinazione di questo popolo, che, ricordo, fino alla fine del 16° secolo e per 1000 anni ha avuto un’economia più ricca di quella europea, nel 1820 era il 33% della ricchezza mondiale, percentuale mai raggiunta dagli USA. Stanno solo rimettendo le cose al loro posto. A Pechino colpisce la determinazione dei giovani,quelli tra i 20 e i 30 anni, la cosiddetta generazione IKEA, perché butta via porcellane e mobili antichi che farebbero impazzire i vecchi europei per arredare le proprie case con le librerie Billy, Kirby e Liatorp. Si divertono, spendono molto, studiano molto (oltre 4 milioni di laureati all’anno, il più alto numero di ingegneri al mondo), amano i brand e lo stile casual-cool. Un mercato per le nostre esportazioni spettacolare.

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A Pechino colpiscono i palazzi delle archi-star: lo stadio Olimpico (Herzog e de Meuron), il Teatro dell’ Opera (Paul Andreu), il palazzo della TV di Stato (Rem Koolhaas), il 3° terminal dell’aeroporto (Norman Foster), e i vecchi vicoli, gli Hutong, che come a Shanghai hanno nomi che dicono tutto della bellezza e delicatezza della cultura cinese: vicolo intelligenza e virtù, vicolo chiarezza magica, vicolo deferenza e sobrietà, felicità profumata, splendore marziale, bagliore di lucciole eccetera. Belli no?

Fare affari a Pechino è molto istruttivo, bisogna studiare molto l’etichetta ed evitare assolutamente alcune cose: alzare la voce (significa che non sai gestire te stesso, come fai a gestire un business?), non rispettare l’interlocutore più anziano, non seguire il guanxi, ovvero una ricerca maniacale delle relazioni pubbliche, far perdere la faccia in una negoziazione al tuo interlocutore, se in presenza dei suoi uomini. In tutti questi casi, sei fuori, definitivamente. Grazie a Pechino ho studiato Confucio, conosciuto personaggi di altissimo livello di competenze e determinazione, e ovviamente, sei al centro del mondo, ti devi relazionare con personaggi di tutto il mondo. Inutile ricordare che il nostro cibo è aspirazionale, difficile trovarlo di qualità sia perché i nostri imprenditori sono spesso soli e male accompagnati da consulenti improvvisati, sia perché entrare il loro mercato richiede tanta capacità, tante relazioni e tanto denaro. Ma ce la faremo. Andateci, o se preferite andiamoci insieme, cari produttori italiani.

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Concludo con alcune massime cinesi.

La prima sull’ostentazione: l’uomo ricco deve temere di mostrare il proprio denaro come un maiale deve temere di mostrare il suo grasso.

La seconda sulla storia: chi non ricorda il proprio passato è condannato a ripeterlo.

La terza: se non vuoi ottenere il successo, non accettare la sfida. Capito?

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